Piero Malagoli: “E avrai sempre una casa”

Nei loro giorni non c’erano aspettative, se non quella di rimanere vivi. Il domani era rappresentato soltanto dalle settimane che scandivano il lavoro dei campi, il futuro solo dal succedersi delle stagioni, nel ciclo interminabile del tempo che contemplava la tua presenza finché eri vivo, in piedi, a fare la tua parte. Poi tutto sarebbe proseguito senza di te” (p.16).

Si potrebbe non credere che un banchiere modenese, amante della letteratura statunitense, abbia potuto scrivere il classico romanzo epico americano e, invece, Piero Malagoli ha accettato la sfida da lui stesso lanciata ed è riuscito assai bene nel suo progetto, regalandoci un’opera originale nel panorama narrativo italiano.

Il romanzo, ambientato nell’Arkansas ai piedi delle alture dell’Ozark durante la Guerra di Secessione, tra il 1860 e il 1864, narra la saga familiare dei MacMath, coltivatori di cotone e fittavoli dell’Hamilton Trunk Corporation, che possedeva la loro fattoria e la terra sulla quale fu costruita. Originari dell’Illinois, dove crebbero nelle comunità irlandesi di Peoria, i coniugi Amy Page e Zachary, conosciutisi nel 1840 quando lei, fervente cattolica, aveva solo diciassette anni e lui era oramai un uomo fatto, si trasferirono in Arkansas dopo un evento funesto.

Qui, in questo luogo dimenticato da Dio, i due coniugi e i loro quattro figli (Isaac, Kyala, Lucas e Reese) sono impegnati nella lotta per la sopravvivenza con i giorni che si susseguono uno uguale all’altro e che sono scanditi dal duro lavoro, dalla malnutrizione e denutrizione, dalla natura che è al contempo madre e matrigna e dal senso di solitudine che solo i luoghi sperduti ti possono far sentire.

Piero Malagoli, costruendo questo romanzo con un’operazione di sottrazione, cerca di rispondere alla domanda che ognuno di noi si è posto almeno una volta nella vita: “Che cosa rimane a un essere umano quando gli togli tutto?” Stimolato, infatti, dalle suggestioni contemporanee che rendono l’essere umano perennemente insoddisfatto, lo scrittore ha voluto cercare un mondo dove rimettere le cose nella giusta prospettiva, un mondo senza sovrastrutture per far emergere quello che conta davvero, qualcosa di prezioso e inestimabile come la vita stessa.

Il libro, quindi, non può che aprirsi con una privazione: la morte di Amy Page durante la nascita della sua ultima figlia Reese. Questo è il primo di alcuni eventi travolgenti che non lasciano scampo ai due protagonisti del romanzo, Kayla e Lucas.

Amy Page ci mise tre giorni a morire. Non riprese più conoscenza dopo il parto, vegetò a occhi chiusi in un rantolo soffocato. Lavata e sistemata in un letto pulito, pareva già morta mentre la vita intorno continuava a scorrere. Non fu nemmeno convocato un medico. I soldi scarseggiavano e indebitarsi ulteriormente avrebbe significato mettere in pericolo la sopravvivenza della famiglia nell’inverno successivo. Né Kayla né Lucas avevano mai preso in considerazione l’idea di poter rimanere orfani di madre. Come tutti gli adolescenti, serbavano quella serena fiducia dell’immortalità dei genitori che li portava a valutare i rischi connessi alla nuova gravidanza di Amy Page al pari delle minacce del predicatore di finire all’inferno a seguito di una vita dissoluta: un’opzione possibile ma altamente remota” (p.5).

I due, soli ad affrontare un lungo inverno in attesa del ritorno del fratello maggiore Issac, partito per combattere con la Confederazione, possiedono solo il bisogno di protezione, il senso della proprietà inteso come amore e legame per la propria terra (bisogno primario dell’uomo), la figura di Dio e un fucile.

Eccola, la loro terra. Tutto quello che avevano e ciò per cui vivevano. Un pugno di acri di cui conoscevano ogni zolla, ogni cespuglio. Un piccolo frammento di mondo domestico incastonato in un’immensità aliena e selvaggia” (p.62).

Una terra ingrata e spietata, ma che è pur sempre l’unica e la sola casa che conoscono.

Mentre pagina dopo pagina la famiglia si disgrega, pian piano emerge prorompente la figura di Kyala. Simbolo di resilienza di fronte alle più disparate avversità, pur commettendo dei tragici errori di valutazione, trova in se stessa forza e determinazione tali da dare una svolta alla storia anche nel finale. Il Dio cui si rivolge costantemente nel suo fervore religioso, citando a memoria versetti buoni per ogni occasione e presi dal libro dei salmi (eredità della madre defunta e sul quale ha imparato a leggere), non è paterno e accudente, ma lontano, rurale e rustico. E’ un Dio la cui assenza risuona, anche se Kyala avrebbe bisogno di un adulto al suo fianco che la guidi, essendo in fin dei conti solo una ragazzina di quattordici anni.

Solo una volontà incrollabile e una forza interiore non comune permettevano ai due fratelli di superare i momenti difficili” (p.50).

C’è tanto in questo libro.

Con atmosfere che richiamano i grandi narratori del Novecento americano, Malagoli ci parla di famiglia e delle sue tante tipologie: quella arcaica costituita da padre, madre e figli; la famiglia indiana in cui i ruoli non sono ben definiti; quella della natura caratterizzata, per esempio, dai branchi di lupi.

Ci descrive una natura vasta e incontaminata che è madre, offrendo i frutti della terra per la sopravvivenza quotidiana, e al contempo matrigna, in un rapporto costantemente conflittuale con i protagonisti della storia.

“(…) insieme stettero a guardare a est, verso il Tennessee. La visuale di entrambi s’infranse contro il fronte del bosco, sbarrata dal muro degli alti aceri, gonfi di fronde ancora cariche di foglie seghettato e di querce rosse che presto si sarebbero aumentate dei colori autunnali. Anche i grandi pini impedivano di spaziare oltre, ma entrambi sapevano, con la conoscenza spicciola che non richiede l’onere della prova, che più in là le radure della contea di Jackson proseguivano fino a Harrisburg, poi ancora ad est, fino alla contea di Mississipi per gettarsi infine nel grande fiume e riemergere dall’altra parte, dove non era più Arkansas” (p.54).

Nondimeno il romanzo di Malagoli è intriso di povertà e di degrado, di stenti e privazioni descrivendo le reali condizioni miserrime in cui vivevano i fittavoli bianchi, tratte dal reportage del 1936 del giornalista e scrittore James Agree e del fotografo Walker Evans (pubblicato in seguito in forma di saggio e tradotto in Italia col titolo “Sia gloria oggi a uomini di fama” per il Saggiatore).

Più che vere e proprie camere da letto, i loro ricoveri per la notte parevano poste per le vacche: i tramezzi non arrivavano al soffitto e lo spazio era sufficiente per due corpi coricati su brande costituite da tavolacci che sorreggevano materassi confezionati con sacchi di concime imbottiti di foglie secche e brattee di grano” (p.43).

Con una scrittura già matura e un linguaggio ricercato e a tratti poetico, Piero Malagoli ci regala un romanzo evocativo, in tutto e per tutto americano. La prosa densa e corposa, ispirata e potente ci racconta di personaggi che, nonostante vivano una condizione di estrema miseria e siano sottoposti alle prove più difficili e pericolose, hanno tenacia e determinazione tali da diventare simboli di resilienza. Una lotta per la sopravvivenza in cui l’istinto primordiale all’autoconservazione prevarrà su tutto e in cui la dignità e l’orgoglio di essere vivi non verranno mai meno.

Questo libro va gustato a ritmo lento per assaporare la caratterizzazione dei personaggi e le descrizioni minuziose e realistiche delle scene di quotidianità e della natura selvaggia, che vi faranno restare incollati alla poltrona. Piero Malagoli afferma che un libro ha una buona riuscita quando la storia che racconta lascia nel lettore un senso di nostalgia per la lettura appena terminata. Per questo mi sento di chiedergli se questo suo romanzo avrà un seguito. In attesa di una sua risposta buona lettura!


Il libro è stato selezionato nella rosa dei dodici finalisti del Premio Biennale Neri Pozza 2017.

Autore: Piero Malagoli.                                                     

Titolo: E avrai sempre una casa.

Genere: Narrativa moderna e contemporanea.       

Casa Editrice: Edizioni Spartaco.

Formato: brossura. 

Pagine: 328.

Prezzo: 14,00 Euro. 

Data di uscita: 26 Settembre 2019.

Link: Edizioni Spartaco.

Tempo di lettura: 12 giorni.

Voto: 5 stelle.

Un pensiero su “Piero Malagoli: “E avrai sempre una casa”

  1. Come non tentare di fornire una risposta alla domanda conclusiva? Il finale ‘aperto’ è una caratteristica della mia scrittura e naturalmente non con l’intento di prevedere un eventuale seguito alla vicenda. Confesso che il tempo impiegato nella scrittura di questo romanzo (ricerche comprese) mi ha immerso totalmente in un mondo che ho faticato ad abbandonare. A lungo ci ho girato attorno prima e dopo la sua stesura, con racconti e abbozzi, fino a esplorarne ogni aspetto. L’amore che nutro per questi personaggi è pari solo alla cura che ho dedicato loro perché risultassero vivi, fino a conoscerli come persone reali. Li ho lasciati andare nel mondo soddisfatto di aver raccontato la loro storia e mi sono mancati, come amici di cui ti aspetti di ricevere notizie. Oggi sto esplorando altri mondi, più domestici geograficamente, ma (mi auguro vivamente) altrettanto interessanti per fascino e intensità. Kayla e Lucas sono in Arkansas, a continuare le loro vite fuori dalla mia vista, come meglio possono, ma chissà… Come osserva giustamente Francesca, Kayla ha solo 14 anni e anch’io, nonostante tutto, mi considero ancora un ‘giovane autore’.

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